Il coraggio di essere se stessi
Per avere rapporti genuini, costruttivi con gli altri è necessario diventare individui. Si diviene individui, approfondendo la conoscenza di sè e mantenendosi fedeli alle proprie regole interne, al proprio codice personale di valori, al proprio stile. Bisogna lasciare che la propria singolarità emerga, anche a costo di apparire degli eccentrici. È questa la via per sfuggire al conformismo dilagante, alla massificazione, alla accettazione di modelli di comportamento predefiniti.
Italo Calvino è un maestro insuperato nello sposare realtà e fantasia, un’unione così perfetta da rendere impossibile distinguere le due anime che la compongono.
E tutti noi siamo stati, almeno una volta nella vita, baroni rampanti: chi non è mi salito sull’albero, chi non ha mai cercato la propria libertà individuale separandosi da un reale estraneo, non un eremita, che giudica dalla sommità ciò che non vive, ma un soggetto che vive ciò che vede da una diversa prospettiva, alla continua ricerca di un punto di equilibrio tra isolamento e socialità?
E chi l’ha fatto fedele alla propria scelta fino all’estremo, integro al di là del dileggio, obbediente a una coerenza morale oggi di pochi? Il barone rampante non scende mai dagli alberi, non rinnega mai la propria scelta, scomparendo aggrappato alla cima di una mongolfiera.
Difficile, definire il “conformismo dilagante”; le locuzioni sociologiche e filosofiche, pur catturando l’essenza di un comportamento ormai tanto diffuso da divenire comune esperienza, non riescono a rendere l’empatia con la realtà di un concetto così metafisico.
Proviamo a lasciare parole e voce (entrambe rimpiante) a chi magistralmente le vergava sul pentagramma: “Il conformista/È uno che di solito sta sempre dalla parte giusta/Il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa/È un concentrato di opinioni/Che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani/E quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire/Forse da buon opportunista/Si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso……/Il conformista/È un animale assai comune/Che vive di parole da conversazione/Di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori…”.
Non aveva il genio letterario di Calvino, Giorgio Gaber, non solcava i cieli della fantasia con le ali della verità, ma nulla aveva da invidiare al gigante ligure quanto a disillusa e ironica visione della realtà.
Il conformismo è un’attitudine mentale, ormai divenuta abitudine di costume; e la dogana, piccolo microcosmo che replica, nel bene e nel male, ciò che la circonda, non ne è immune.
Scrivere senza dire, parlare senza ascoltare, replicare senza pensare, giudicare senza conoscere, copiare senza correggere, vincere senza partecipare; sono mille i volti del conformismo doganale, sono mille i peccati del conformismo doganale, germogliato sulle ceneri di un sapere dissolto nel vento di un presunto progresso, autonomo e indipendente come gli uomini del tempo che fu, troppo moderno, forse, per chi si adegua e non reagisce.
E così, dieci anni fa siamo saliti sull’albero.
Non siamo certo eccentrici, ma nemmeno conformisti, abbiamo un’idea, un credo, una stella polare, che abbiamo deciso di seguire navigando le tormentate onde del sapere doganale.
E dal metaforico albero, partecipiamo, attivamente, alla diffusione di tale sapere, alla gestione dei processi, alla creazione di una moderna cultura; dieci anni sono una vita, se intrisi di entusiasmo, passione, dedizione.
Una folla si è, via via, riunita sotto l’albero, convinta da quell’idea, da quel credo e da quella coerenza, una folla alla quale mai riusciremo a dire a sufficienza grazie.
Formazione, informazione, assistenza, sostegno, sempre accompagnati dal coraggio di essere se stessi, di non tradire la nostra coscienza e la fiducia altrui, una sinergia seminata su un percorso di crescita costante, nella consapevolezza che la conoscenza dei fenomeni geopolitici e commerciali sia il necessario complemento per una compiuta analisi doganale.
Quel coraggio che ci ha portato a organizzare e portare a termine, qualche giorno fa il percorso formativo per la qualifica di responsabile delle questioni doganali ai fin AEO, il primo interamente pensato, organizzato e svolto totalmente da noi, nel quale abbiamo presentato la nostra dogana, il nostro sapere, il nostro diritto.
Un sapere semi-empirico, pur sempre basato su norme e procedure teoriche, ma che utilizza anche, per semplicità o per l’impossibilità di eseguire una deduzione rigorosa, ipotesi e parametrizzazioni suggerite direttamente da dati sperimentali.
L’eccentricità: il risk management come guida nella definizione della governance doganale, unica in grado di fornire risposte azionabili a problemi concreti, norme, giurisprudenza e prassi lette in funzione di necessità operative.
Il credo: il rapporto teoria-prassi rappresenta un’unità dialettica: la teoria, senza prassi, è vuota; così come la prassi, senza teoria, è cieca. L’unità tra teoria e prassi implica la transizione dal paradigma della conoscenza contemplativa a quello della conoscenza attiva: si passa da una forma di sapere che è tipica di uno spettatore disinteressato delle cose, alla forma di sapere che è propria dell’attore, di colui che è impegnato attivamente a far fronte ai problemi.
La soluzione: la tutela assoluta degli interessi dell’azienda, alla ricerca della compliance perduta.
Pensare, studiare, aggiornarsi: mai come oggi, il sapere doganale è sinonimo di compliance e la compliance di saggezza.