L’attesa e la speranza
Gennaio deve il proprio nome al dio latino Ianus, mitico sovrano dell’età dell’oro, portatore della civiltà e delle leggi fra i popoli primitivi del Lazio, preposto agli inizi e ai passaggi, materiali e immateriali, raffigurato da un busto con due volti che guardano in direzioni opposte: l’inizio e la fine, l’entrata e l’uscita, l’interno e l’esterno. A Ianus era dedicato il primo giorno di ogni mese e il primo mese dell’anno, gennaio (ianuarius), il passaggio dal vecchio al nuovo, quel passaggio che, oggi, tutti noi festeggiamo per esorcizzare, forse, i timori dell’incerto domani.
Se gli ultimi giorni dell’anno delineano, da sempre, il tempo dei bilanci, degli esami di coscienza, dello spietato confronto con la nostra immagine riflessa nello specchio, che sa tutto di noi, prima di noi, meglio di noi, quel nemico implacabile contro il quale combattiamo ogni giorno e che, al tramonto dell’anno, cerchiamo di blandire, accettando, sulle nostre spalle, il peso di errori mai commessi o solo accennati, maschera che nasconde la sofferenza per dolori veri e sanguinanti, che preferiamo nascondere anche a noi stessi; quando lo spirito dell’anno passato è, ormai, tacitato, l’alba dell’anno che arriva apre la breve stagione dei progetti, dei buoni propositi, del vaticinare cosa si nasconde, dietro lo specchio, del futuro che è già presente e ormai passato al solo pensarlo.
La breve stagione degli auguri, delle speranze, delle attese.
Cosa è, in fondo, l’augurio, se non il tentativo di trasferire su altri ciò che per noi stessi, moderno gesto apotropaico per allontanare da sé il pericolo della sventura, offrendo, involontariamente, sull’altare degli dèi pagani della società contemporanea altre vittime sacrificali.
Per noi stessi, speriamo e attendiamo il meglio; ma sperare e attendere non sono sinonimi, benché il linguaggio comune sovente li alterni con leggera indifferenza.
Entrambe le espressioni si rivolgono all’avvenire, alla vita che l’anno appena iniziato ci regalerà: l’attesa con l’avvenire immediato, spesso legato ad un accadimento reale, la speranza con un avvenire lontano, luminoso e desiderato, orfano dell’ansia, dell’inquietudine, dell’insicurezza che contraddistinguono l’attesa. Se, dunque, alla speranza possiamo legare l’idea di promessa, l’attesa richiama quella di angoscia.
Attendere discende dal verbo latino ex-spectare, rafforzativo di specere ovvero ‟guardare”; l’attesa per i nostri padri si risolveva nello sguardo, nella limitata visuale dell’occhio umano, in quell’attimo di spazio e tempo nel quale la domanda chiama, con timore e angoscia, la risposta attesa.
“Nell’attesa, infatti, c’è una vertiginosa accelerazione e un’enigmatica anticipazione del futuro che brucia il presente e rende insignificanti i suoi momenti, perché tutta l’attenzione e la tensione è spostata in avanti, spasmodicamente concentrata sull’evento che si attende, come evento di felicità che può andare delusa o come evento infausto che non si sa come evitare. Nell’attesa non c’è durata, non c’è organizzazione del tempo, perché il tempo è divorato dal futuro che risucchia il presente a cui toglie ogni significato, perché tutto ciò che succede è deviato dall’attesa, che prende forma nello sguardo e nel volto”.
Ciò che, perfettamente, si rivolge alla nostra sfera personale, si può applicare anche a quella professionale, ponendoci, quindi, una duplice domanda: cosa speriamo per il 2026? Cosa ci attendiamo nel 2026?
Speriamo che l’Unione europea riacquisti (o, forse, acquisti) una posizione indipendente e univoca in un paesaggio internazionale sempre in disequilibrio, riavvicinando le sue istituzioni a cittadini mai così pericolosamente lontani e tentati da istanze autonomiste e protezioniste; che il legislatore unionale comprenda meglio le esigenze degli operatori economici e, pur nella sua legittima e condivisibile battaglia per una transizione ecologica ed una economia circolare più profonde e coscienti, garantisca un passaggio meno invasivo per la struttura e la sopravvivenza delle aziende; che lo stesso legislatore riesca a portare a termine la riforma dell’Unione doganale, licenziando ed iniziando ad applicare quel Codice doganale riformato che segni, finalmente, un passaggio storico e dia compiuta forma a quella competenza esclusiva così fortemente voluta dai fondatori di quel mercato comune, già visto al termine della seconda guerra mondiale quale pietra d’angolo di un’Europa unita e mai come oggi politicamente divisa; che il legislatore nazionale prosegua nell’opera, sempre troppo lenta, di riscrittura delle norme più controverse e critiche di quello sciagurato provvedimento che sono le disposizioni nazionali complementari al Codice doganale dell’Unione; che l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli frequenti, con profitto, corsi di comunicazione, interna ed esterna, perchè anche le migliori intenzioni, se non trasmesse nei giusti tempi e nei corretti modi e, se possibile, previamente concertate, rischiano di creare confusione e smarrimento.
Cosa ci aspettiamo, dal nuovo anno?
L’alba non è stata tra le più rosee, l’idea che la violenza, in un mondo orfano ormai da decenni di un diritto internazionale politicamente riconosciuto, alla cui nascita e crescita anche noi europei non siamo del tutto estranei, possa costituire non un mezzo, bensì il mezzo per far prevalere un diritto, qualunque esso sia, non può che ripugnare chiunque di quel diritto abbia fatto l’oggetto del proprio studio, al di sopra dei giudizi politici che sono estranei, da sempre, a queste righe.
Ciò premesso, ci aspettiamo una crescita culturale dell’organizzazione doganale, chiamata alle sfide di nuovi business models, e-commerce in primis e di nuove frontiere della conoscenza, che la Commissione UE legava all’introduzione di criteri di sostenibilità e circolarità nei processi economici già nel documento “Dogana 2040”; una crescita culturale dell’organizzazione aziendale, sempre più vicina alla svolta epocale dell’autonomia doganale propria del trust & check trader, ma ancora lontana dall’aver metabolizzato i cambiamenti necessari per ambire alla fatidica soglia della perfetta compliance; il consolidarsi dei più intriganti istituti doganali, da quelli già in essere, quali lo sdoganamento centralizzato, europeo e nazionale, a quelli fino ad oggi, in casa nostra, sconosciuti, come l’iscrizione nelle scritture del dichiarante; l’approvazione, finalmente, del decreto di riforma della legislazione portuale, oggi ancorata a criteri di governance e gestionali vecchi e che mal si addicono ad un Paese che, per storia e tradizione, viva delle proprie coste e voglia proporle quale sistema alternativo di sviluppo logistico; la definitiva consacrazione della materia doganale quale “diritto” e non quale “attività”, oggetto di analisi e studio applicati alla realtà operativa e non quale realtà operativa priva di analisi e studio.
Vorrei concludere questi brevi pensieri con le parole di Harry Ward Beecher, un pastore protestante inserito nella prima lista di cittadini statunitensi facenti parte della Hall of Fame for Great Americans: “Ogni uomo dovrebbe di nuovo nascere il primo giorno del mese di gennaio e cominciare con una pagina nuova. Mettere un foro in più nella cintura, se necessario, o toglierne uno, a seconda delle circostanze. Ma il primo giorno del mese di gennaio ogni uomo indossi le sue vesti ancora una volta, con la faccia protesa in avanti, e si dimentichi il passato e le cose che erano”.
Felice e sereno 2026 a tutti.