03 Marzo 2026

Liberi liberi

Etica, una parola che profuma di sapienza antica e moderna ignoranza, la richiesta del cui significato potrebbe riservare sincero smarrimento, quale nemmeno l’indagine sulla capitale dell’Armenia o del Laos potrebbe garantire. “Ogni dottrina o riflessione speculativa intorno al comportamento pratico dell’uomo, soprattutto in quanto intenda indicare quale sia il vero bene e quali i mezzi atti a conseguirlo, quali siano i doveri morali verso se stessi e verso gli altri, e quali i criterî per giudicare sulla moralità delle azioni umane”: così si esprime il vocabolario Treccani: concetti complessi – riflessione speculativa, comportamento pratico, vero bene, doveri morali – che mal si adattano alla condivisione nel falso mondo dei social. Ma perchè da qui siamo partiti? E quale sarà la nostra meta?
Circa 2.350 anni orsono, un uomo dedicava all’etica una delle sue opere più importanti; il suo nome era Aristotele e, dopo di lui, poco o nulla, in filosofia, sarebbe stato inventato, almeno per qualche secolo, fino alla nascita, sule rive del Baltico, di un altro genio di nome Kant.
Ogni azione umana, ci insegna l’Etica Nicomachea, questo è il titolo dell’opera, tende a un fine, che è il bene; l’insieme delle azioni umane e l’insieme dei fini particolari cui tendono sono subordinate a un fine ultimo, al bene supremo, alla felicità; che consiste nel perfezionarsi in quanto uomo, in quell’attività che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri, nella ragione: l’uomo che tende al bene deve vivere secondo ragione, sempre e la virtù razionale è una virtù dell’anima, al pari della virtù etica, la più alta delle quali è la giustizia.
La libertà è la capacità dell’uomo di agire secondo la propria natura razionale, padroneggiando le proprie passioni e i propri desideri e scegliendo responsabilmente il giusto mezzo; la libertà non è la capacità di fare ciò che l’uomo desidera, ma la capacità di fare ciò che è in armonia con la sua natura razionale e sociale.
Etica, libertà, giustizia: tre virtù intimamente legate, che l’uomo moderno ha sradicato, sottomettendole al proprio volere e declassandole al poco dignitoso ruolo di ancelle dell’ego.
Sedotto dall’idea, propagandata dai più, di una libertà pressoché incondizionata, l’uomo ha dimenticato il significato etico dell’agire e la percezione del giusto e dell’ingiusto; chiuso in se stesso, immerso in un mondo virtuale così estraneo al quotidiano (e, forse, proprio in ragione di ciò, così assiduamente frequentato), impegnato a essere libero a discapito del prossimo, ha abbandonato la sua dimensione sociale, l’unica in grado di aiutare a perseguire i fini che trascendono l’individuo per divenire bene comune.
In un’era che esalta l’azione e biasima il pensiero, la libertà di poter fare ciò che si vuole, in spregio della civile convivenza e in ossequio alle proprie pulsioni, vissute come assolute, ha illuso l’uomo di onnipotenza; quanti piccoli Trump incontriamo ogni giorno? Quanti divulgatori ebbri di superbia, funzionari intrisi di arroganza, politici imbevuti di egocentrismo, tutti convinti, in ragione del proprio bene e di una presunta e non meglio giuridicamente fondata impunità, di essere liberi di fare ciò che più loro aggrada?
Senza rendersi conto che la nostra è una libertà condizionata da una miriade di fattori esogeni – personali, familiari, professionali, di convenienza, di abitudine – che raramente consentono di qualificare le nostre azioni come libere.
Se ci muoviamo nel campo dell’agire; perchè se accettiamo (e, io, la accetto incondizionatamente) la visione aristotelica della libertà quale capacità di muoversi all’unisono con la propria sfera razionale, se, quindi, ci muoviamo nel campo del pensiero, qualcosa cambia.
La libertà di pensare, di giudicare, di proporre, di innovare, l’uomo aristotelico libero di esistere per se stesso, non in quanto parte di una comunità condizionante: nulla, nella storia, è stato più combattuto e avversato dal potere, da qualunque potere, da chiunque esercitato, in qualunque tempo: il libero pensiero non si conforma al mondo, lo crea.
“Ma come? Con tutte le libertà che avete, volete anche la libertà di pensare?” cantava Giorgio Gaber in “Si può”: possiamo tutto, in realtà non possiamo niente e se possiamo, qualcuno si adopererà affinchè, comunque, nulla cambi.
E, sola, questa libertà razionale consente di recuperare la sfera sociale e, soprattutto, etica.
Espressione così fuori moda, così superata dagli eccessi della vita moderna eppure così invocata, per lo più per convenienza, per screditare l’avversario, per costruire il nemico.
Non è etica la guerra, però; non è etica la violenza, però; non è etica l’aggressione a un Paese sovrano, però; non è etica l’invasone di un Paese sovrano, però; non è etica la violazione del diritto internazionale, però; non è etica l’inerzia di un continente antico di storia, ma vecchio di animo, come l’Europa, però; datemi un “però” e vi solleverò il mondo, direbbe, oggi, Archimede.
Il pensiero razionale e critico non ammette “però”, non risponde a null’altro, se non alla verità, altra parola che ha subito non poche traversie e disavventure, ultimamente; perciò è libero, non necessita di un nemico, non deve trascendere nella persuasione e trova in sé, nel suo esercizio, l’equilibrio di sopravvivenza.
L’universo doganale non è immune da questa crisi del pensiero libero ed etico.
Scienza del precedente; ricerca ossessiva di una giustificazione, a vote trovata non solo nelle pieghe, ma anche piegando le norme; rifugio nel verbo degli organi superiori, novelli oracoli; rifiuto di quella virtù elementare, azzarderei popolare, che è il buon senso: no, il libero pensiero, qui, non può abitare.
Non è etico ammantare di vuote parole una nuova organizzazione disorganizzata; non è etico non rispondere al telefono; non è etico non rispondere alle richieste scritte; non è etico mostrarsi collaborativi, visitare gli operatori, presentarsi disponibili ad ascoltare i loro problemi e, poi, scomparire; non è etico spendere nome e immagine a livello internazionale, vestendo a festa una realtà più dimessa e non vedere gli affanni delle proprie articolazioni locali; non è etico esporre a rischio di sopravvivenza un intero comparto produttivo per piana ed acritica adesione a discutibili e interessate interpretazioni unionali; non è etico spingere operatori nazionali a sdoganare all’estero; non è etico non. portare a termine, nei tempi previsti, ciò che si inizia, semplificazioni in primis; non è etico vendersi per ciò che non si è; non è etico “interpretare”, quando si dovrebbe solo “applicare”.
Non è etico, senza però; e non è giusto.
Nulla di irreparabile, certo; iniziare ad ascoltare, a pensare, a comprendere: la soluzione
La dogana non può entrare nelle aziende, se l’azienda non entra in dogana.
“Noi riempiamo le scuole di computer, quando è la letteratura che ci insegna cosa sono il dolore e l’amore, la gioia e la speranza. Se queste cose non si hanno in testa quando si affronta l’angoscia, non ci si può salvare…” (U. Galimberti).

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