Mr. Trump chiama, Mr. Xi risponde
L’economia condanna la rappresaglia daziaria, aumento dei prezzi e crescita inflazionistica si accompagnano, inevitabili, a riduzioni del PIL, già prefigurate, a livello unionale, dalla BCE, lo scorso 21 marzo, in uno 0,2% aggiuntivo allo 0,3%, gentile dono di Mr. Trump. Ma, è risaputo, la verità politica segue vie tortuose e scoscese, anche in Cina.
“I dazi sicuramente danneggiano il Paese che li adotta, mentre solo a volte danneggiano in modo rilevante i paesi le cui esportazioni si vogliono colpire. Imporre dazi significa tassare i propri cittadini e alzare il livello dei prezzi dei beni e servizi importati, anche se questo effetto può essere attenuato da una rivalutazione della propria valuta rispetto a quella del paese le cui importazioni vengono colpite”, sentenzia, con mirabile sintesi, l’ex Ministro dell’economia e delle finanze Giovanni Tria. L’eco delle cui parole deve avere trovato qualche inatteso ostacolo sulla via di Pechino, se è vero che Mr. Xi, dal prossimo 10 aprile, graverà le importazioni di merci statunitensi di un dazio del 34%, che si aggiunge alle misure già in vigore: dal 4 marzo, tariffe aggiuntive del 10% e del 15% su determinati beni di importazione di origine USA e15 entità legali statunitensi listate. Interventi di facciata, forse, che sembrerebbero nascondere ben altre intenzioni: misure di controllo delle esportazioni su samario, gadolinio, terbio, disprosio, lutezio, scandio e ittrio, cui si aggiungono quelle correlate a bismuto, indio molibdeno, tellurio e tungsteno, oltre al divieto di esportazione di antimonio, gallio e germanio: sullo scacchiere internazionale, le terre rare non sono semplici pedoni. E un reclamo alla WTO, nell’ambito del meccanismo di risoluzione delle controversie, sempre presente, tanto inutile.