Alla ricerca del tempo perduto
“A partire da una certa età, i nostri ricordi sono così intrecciati fra di loro che la cosa cui pensiamo, il libro che leggiamo non hanno quasi più importanza. Abbiamo messo dovunque un po’ di noi stessi, tutto è fecondo, tutto è pericoloso, e possiamo fare scoperte altrettanto importanti nelle Pensées di Pascal quanto nella pubblicità di una saponetta……L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è”.
Quando, il 14 novembre 1913, viene pubblicato il primo volume de “A la recherche du temps perdu”, Proust lavorava alla sua opera da sette anni, l’avrebbe conclusa nove anni dopo e non avrebbe visto la pubblicazione degli ultimi tre volumi; il primo, aveva subito tre solenni bocciature e l’artista aveva pagato personalmente l’editore, pur di vedere stampata la propria fatica.
“La recherche” non è solo un’oeuvre cathédrale, come la chiamano i francesi, è emozione pura, che sgorga da ogni parola e germoglia la mente del lettore, è un viaggio infinito, che non termina nell’ultima pagina, ma prosegue nei ricordi, nelle speranze, nei progetti, tra tempo e memoria.
Due concetti filosofici, eppure così letterari, capaci di occupare, nei secoli, le menti di illustri pensatori e abili giocatori di parole; il tempo irreversibile, il tempo immutabile, il tempo relativo, che muta in ragione della velocità di movimento, il tempo come rifugio della memoria, la memoria come biblioteca di specchi rotti, tesoro e custode di tutte le cose, la casa dei rimorsi. Forse, come per mille altre manifestazioni dell’animo umano, gli antichi greci avevano già capito tutto e indicavano il tempo con tre diversi sostantivi: uno per indicare lo scorrere oggettivo dei minuti, uno per indicare la vita come durata e uno per indicarne la natura soggettiva, indeterminata e indefinita.
E, allora, facciamolo, un passo nella memoria, per vedere il mondo che si nasconde dietro lo specchio.
L’estate è quel momento in cui fa troppo caldo per fare quelle cose per cui faceva troppo freddo d’inverno: parola di Mark Twain, un memorabile acconciatore di parole, un adorabile affabulatore, certo, ma anche un umorista di una finezza intellettuale oggi, ahimè, sconosciuta.
Sul fare dell’estate di dieci anni fa, io e Lucia decidemmo, da adulti, di diventare grandi, di raccogliere la memoria del tempo perduto per definire un tempo nuovo, consapevoli di un rischio capace di minare la sicurezza delle nostre famiglie, ma anche di una certezza incrollabile nelle nostre menti e nei nostri istinti.
Una sfida: a noi stessi, riuscire dove non avevamo mai osato, trasformare anni di studio e di esperienza in business; all’universo doganale, statico, cristallizzato in eredità consunte, domiciliato in una casa che non prendeva aria da secoli, polverosa e irrespirabile.
In una mattina soleggiata, sul far dell’estate, nasce C-Trade, a Genova, città di mare, città di porto, di quel porto forte di cui l’Italia ha bisogno per esaltare la propria centralità nel Mediterraneo e di cui la città stessa necessita per esaltare la propria centralità nel sistema logistico nazionale.
Una città che, da non genovese, a volte fatico a comprendere; ma di cui, in oltre venticinque anni di permanenza, ho imparato ad apprezzare la tenacia di chi ha strappato centimetri di terra alla montagna e grammi di pesce ad un mare a volte avaro; quella tenacia che, da sempre, ha contraddistinto il percorso di C-Trade, sempre, parafrasando un celebre genovese, in direzione ostinata e contraria.
Ostinata, perchè mai disposta a cedere un millimetro dei propri valori e delle proprie idee; contraria, perchè all’opposto del comune sentire nazionale, che cercava nei grandi nomi e nei grandi patrimoni la certezza del risultato. A questa consuetudine, opponevamo e continuiamo ad opporre la stima di chi ci ha conosciuto e il valore del pensiero, di quel pensiero sposato all’esperienza, che, solo, garantisce la conoscenza doganale.
Fedeli al monito aristotelico “ciò che dobbiamo imparare a fare, lo impariamo facendolo”; convinti che la conoscenza è un’ancora nel mare del pressapochismo e la diffusione della conoscenza la dimostrazione dell’inconsistenza della vetusta equazione che vede nella conservazione del sapere il presupposto del potere; portatori sani dell’idea che il libero sapere arricchisce chi apprende e chi lo trasmette, anche il sapere doganale; per anni prigioniero di un mondo ristretto, sconosciuto ai più, ostaggio di pochi, rifiutato da tanti che, ora, per necessità, lo reclamano e per diffondere il quale non è sufficiente trasferire conoscenza, è essenziale comprendere le necessità e proporre certezze; questo è il significato ultimo dell’idea di trasformare la dogana in business, dare dignità aziendale ai processi doganali, rendendone partecipi i principali attori della vita societaria: la governance del momento doganale non può prescindere da una formazione diffusa.
Ad una gestione e comunicazione artigianale, che vede in C-Trade la tessera mancante del composito mosaico doganale, si passa, crescendo, nei numeri e nella considerazione, ad una gestione e a una comunicazione strutturata, alla trovata dell’international business navigator e, poi, più oltre, alla rivisitazione del logo, alla scelta, a volte obbligata, di nuove sedi, all’estensione delle attività, alla nascita di Overy, sempre guidati da una solida convinzione: le fondamenta di una società sono poste sulla fiducia.
Quella fiducia che, tra di noi, non è mai mancata, chiamati a governare insieme le onde di una navigazione irrequieta, talvolta turbolenta, che andava e va ancora trasformandosi in un tranquillo veleggiare; e che dagli altri, dai partners e dai clienti, è stata e continua ad essere il riconoscimento di un fare bene dogana non sempre così diffuso.
E così, ora, voltandoci, guardiamo la memoria di questi dieci anni, volati come un battito di ciglia, così veloci eppure così intensi, abitati da avvenimenti ora tragici, ora stimolanti, ora disarmanti; da volti sovente amici, a volte ostili, a volte indifferenti; da parole, tante, a volte troppe, quelle sagge da ricordare per maturare, quelle inutili da ricordare per imparare. Davanti a noi, un orizzonte di studio, di analisi, di lavoro, un caleidoscopio di innovazione e cambiamento che merita risorse ed energie sempre nuove, a disposizione di chi, non importa quanto grande, importante o conosciuto, busserà alla nostra porta.
Certo, avremmo potuto divertirci con le pittoresche (per chi riesce ancora a trovarle tali) esternazioni del Presidente Trump, a minacciare nuovi dazi (50% su acciaio e alluminio, 50% sui prodotti UE e dopo il 9 luglio?), a svelare irrispettose violazioni cinesi dell’accordo appena siglato, a tacitare giudici (e popolazione) sempre più dubbiosi della legittimità giuridica dei suoi atti esecutivi, un costante esercizio di equilibrio tra un elettorato forse troppo povero e un elettorato certamente troppo ricco; avremmo potuto raccontarvi di quella recita a soggetto, copioni già sentiti, che si sono rivelati gli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli; avremmo potuto esaminare gli effetti dell’avvio dei negoziati tra UE ed Emirati Arabi Uniti, destinati a traguardare un accordo commerciale tra i più interessanti; avremmo potuto parlare di nove sanzioni alla Russia (e di un presunto placet USA), di sdoganamento centralizzato, di novità CBAM, di competitività europea, di equilibri potenziali e disequilibri presenti.
Avremmo potuto; ma non l’abbiamo fatto; lo faremo, certamente.
Per questo mese, per una volta, abbiamo preferito narrare di noi, delle nostre radici, della nostra storia, dei nostri valori; che vi narreremo anche il 20 giugno, a Segrate, se vorrete regalarci la vostra compagnia.
Perchè, in fondo, un po’ ce lo meritiamo.