Cambiare è maturare
“Colui che desidera o che vuole riformare uno stato d’una città, a volere che si accetto e poterlo con soddisfazione di ciascuno mantenere, è necessitato a ritenere l’ombra almanco de’ modi antichi, acciò che a’ popoli non paia avere mutata ordine, ancorchè in fatto gli ordini nuovi fussero al tutto alieni dai passati; perchè lo universale degli uomini si pascono così di quel che pare che di quello che è: anzi, molte volte si muovono più per le cose che paiono che per quelle che sono” (N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, libro I, cap. 25). “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo). Se vogliamo che tutto cambi, bisogna che qualcosa rimanga com’è o se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi?
La frase che meglio identifica il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pronunciata da Tancredi Falconeri, non dal Principe di Salina, è l’espressione filosofica del “gattopardismo”, inteso come l’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe: il cambiamento quale naturale processo di tensione al meglio trova nel nuovo la cristallizzazione del vecchio potere.
Qualche secolo prima, il genio di Niccolò Machiavelli sentenziava: “Chi vuole riformare uno stato anticato in una città libera, ritenga almeno l’ombra de’ modi antichi”: ovvero, ci perdoni l’autore l’ardire popolano, la rivoluzione non può cancellare il mondo che sostituisce, se vuole sopravvivere al tempo.
Dove risiede la verità? Ai posteri, l’ardua sentenza.
Ovunque ricada la nostra scelta, non possiamo non riconoscere l’estrema modernità di così antiche riflessioni.
Lo scenario internazionale, indefinito e liquido come mai nel passato, pone sfide quotidiane agli operatori commerciali, attori di una competizione sempre più feroce; la ricerca, l’innovazione, la flessibilità sono le chiavi del successo in un panorama economico sempre meno globalizzato e più regionale, vittima di istanze protezionistiche, ritorsioni, dazi utilizzati quali armi improprie, misure restrittive che si ripetono, ossessive.
L’incertezza economica si è ormai dissolta nella certezza di un rallentamento economico, che colpisce le economie asiatiche e stritola le ben più fragili economie occidentali; lo spostamento dei venti di potere economico in Asia causa una scomposta reazione USA, a colpire alla cieca presunti approfittatori senza tempo della benevolenza statunitense, desiderosa di maggior protezione per la propria produzione e di maggior libertà sul mercato internazionale, aprendo inquietanti scenari sulla governance futura del commercio internazionale.
La globalizzazione sembra aver lasciato il passo ad un più prudente regionalismo, le catene di valore cambiano geografia (la connessione remota sostituisce gli spazi fisici), le imprese europee non cercano più, in Paesi lontani, un minor costo del lavoro, bensì manodopera qualificata, infrastrutture, mercati aperti.
L’economia della sostenibilità può essere la chiave del futuro, una sfida culturale più che commerciale; e una sfida culturale è il nuovo customs mood che deve accompagnare il cambiamento.
Il cambiamento.
Che la realtà sia cambiata e stia cambiando, nessuno lo discute; che i confini, logici, culturali e, a volte, fisici, non siano più gli stessi è di palese evidenza, così come lo è il disequilibrio che governa i rapporti internazionali, in bilico tra un potere perduto, che prova a respirare a danno della comunità globale e un potere in fieri, che, ora, pare aprirsi anche a una tenue sostenibilità ambientale, pur di conquistare empaticamente quella comunità.
Logistiche (e logiche) spostate, prezzi volatili, circumnavigazioni dei continenti da fine Ottocento, assalti ai navigli di terroristi novelli pirati, lente catastrofi climatiche che prosciugano l’acqua rallentando il passaggio di uno dei principali snodi intercontinentali marittimi, conflitti di rapida soluzione nelle parole di chi cerca consenso, ma che continuano ogni giorno a mietere vittime, così vicini a noi, eppure così mediatici da sembrare un format televisivo, la nostra sensibilità ridotta a indifferenza da sopravvivenza.
Cambia il mondo e cambia la dogana.
Una riforma dell’Unione doganale che lentamente veleggia verso il porto di approdo, superato lo scoglio del Parlamento UE ora all’esame politico del Consiglio, desiderio di anticipare i tempi della centralizzazione dell’attività di analisi dei rischi, pietra angolare di una nuova partnership customs-business, libertà pressochè assoluta condizionata a una compliance tangibile e digitale; la sfida del moderno commercio è l’internazionalizzazione, la possibilità di raggiungere chiunque in breve tempo e di essere raggiunti da chiunque in breve tempo; il superamento del mercato domestico transita anche dalla dematerializzazione dello spazio, un virtuale chiamato e-commerce, show room e boutique sublimati in immagini sul web, il tatto soppiantato dalla vista, il camerino traslato in una stanza di casa, non un semplice modo alternativo di vendere, ma il sintomo di un cambiamento culturale, un’azienda dentro l’azienda che merita nuovi processi gestionali e doganali, marketplaces quali importatori occulti, classificazioni e aliquote daziarie controllate ad evitare l’affondare degli uffici doganali in un oceano di piccole spedizioni, de minimis abolito, Trump docet, le casse erariali reclamano ossigeno.
Uno sdoganamento centralizzato europeo divenuto realtà, almeno sulla carta, ultima tessera del mosaico intessuto dal Codice unionale a trovare vita, crocevia fondamentale di un percorso di innovazione che tende a demolire i postulati della vecchia dogana, come la contemporanea presenza di merce e dichiarazione nel medesimo luogo; così come l’EUCDM ha soppresso la dichiarazione doganale formalmente intesa, cui noi italiani siamo intimamente legati, tanto da prolungarne l’illusoria sopravvivenza con fogli di carta privi di valore alcuno e chissà cosa diremo quando, in un futuro ormai prossimo (metà dicembre?) dovremo compilare i dati a sistema in lingua inglese, presupposto imprescindibile per una analisi dei rischi unionale che richiede, appunto, un linguaggio uniforme.
Uno sdoganamento centralizzato nazionale divenuto realtà, almeno sulla carta e di cui pochi si sono accorti.
Un processo di riorganizzazione territoriale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, di cui, certo, gli operatori non sentivano la necessità e, forse, nemmeno i funzionari, ETD il prossimo 1° novembre, che manda in quiescenza gli Uffici delle Dogane, sostituendoli con gli UADM, seguiti non più dal luogo di posizione dell’Ufficio, bensì dal nome della Regione in ordine numerico: non avremo più, ad es., l’Ufficio delle Dogane di Napoli diventerà UADM Napoli, l’Ufficio delle Dogane di Napoli 2 si chiamerà UADM Campania 1, suddiviso in tanti codici meccanografici quante solo le articolazioni interne in cui si suddivide lo UADM e così via. Nuove denominazioni, nuove articolazioni interne, nuove attribuzioni di competenza: ad oggi, 7 ottobre, gli Uffici delle Dogane hanno ricevuto solo sommarie indicazioni in ordine a tali cambiamenti: vedremo se il 1° novembre sarà ricordato quale armageddon doganale o per essere un ordinario sabato di medio autunno. A proposito: sono l’unico preoccupato di vedere un militare, seppure specchiato, a capo di un ufficio di controllo di un ente civile?
Il cambiamento.
Cambiare non significa, necessariamente, migliorare; ma per migliorare occorre cambiare, sentenziava qualche decennio fa un noto statista (figura sconosciuta alla scena politica attuale).
Nessuno dubita che si debba cambiare, che il tempo ci spinga a cambiare, a evolverci, sperabilmente a migliorarci; il punto è come noi percepiamo questo cambiamento e cosa percepiamo, di questo cambiamento. La scienza e la tecnologia moderna studiano, ricercano e mostrano scoperte sorprendenti, che, probabilmente, influiranno sulla nostra vita quotidiana tra qualche anno o qualche decennio; nulla a che veder con la sorpresa dei nostri nonni quando, schiacciando un interruttore, hanno visto accendersi una luce fino al giorno prima offerta solo dalle candele.
Eppure, cambiamo, continuamente.
Parlare di dogana europea centralizzata, di intelligenza artificiale che interpreta i milioni di dati dichiarativi riversati contemporaneamente nel sistema unionale, di libertà di azione scevra da autorizzazioni in nome di una compliance digitale, di superamento dei dogmi classici, di spazio e tempo, nel nome di una semplificazione vitale per le aziende; parlare di tutto ciò sembra stonare un po’, se rapportato alla necessità di studiare di nuovo la geografia degli uffici.
La verità è che il cambiamento scivola sul tempo necessario per divenire realtà di domani; la realtà di oggi, la spendiamo tra lo studio di ciò che sarà e le interpretazioni difformi e, sovente, irritanti di ciò che è.
Noi vogliamo che tutto cambi (o, meglio, che il cambiamento segua il suo corso) e possiamo tollerare che, al fine di cambiare, qualcosa rimanga com’è; ciò che non tolleriamo è che qualcuno finga di voler cambiare per mantenere lo status quo; e il dubbio, leggendo azioni e parole, sorge spontaneo.
Ciò che possiamo, anzi, dobbiamo fare è prepararci al cambiamento, pianificare, definire una strategia, muoverci in maniera proattiva, immaginare il futuro, individuare la strategia, prevenire il rischio, lavorare sulla cultura aziendale per favorire il cambiamento, ideare un nuovo modello di business.
Cambiamo noi, per aiutare il cambiamento.
“Esistere è cambiare, cambiare è maturare, maturare è continuare a creare se stessi, senza fine” (H. Bergson).