Gioco di ombre
“Hello/Is there anybody in there/Just nod if you can hear me/Is there anyone at home/Come on now/I hear you are feeling down/I can ease your pain/And get you on your feet again/Relax/I need some information first/Just the basic facts/Can you show me where it hurts…There is no pain you are receding/A distant ship smoke on the horizon/You are only coming through in waves/Your lips move but I can’t hear what you are saying/When I was a child/I caught a fleeting glimpse/Out of the corner of my eye/I turned to look but it was gone/I cannot put my finger on it now/The child is grown/The dream is gone/And I have become/Comfortably numb”
E’ il 28 giugno 1977, un martedì piovoso e umido a Philadelphia; quella sera, i Pink Floyd devono rappresentare, nella prima delle due serate allo Spectrum, il loro In the Flesh Tour. Ma Roger Waters ha contratto una forma di epatite virale, non riesce a tenersi in piedi; un medico, chiamato all’improvviso, gli pratica un’iniezione di antidolorifici e calmanti e lui sale sul palco e canta, intorpidito e assente, capace di sentire solo la musica, ma estraneo alla realtà che lo circonda e all’entusiasmo di un concerto che diventerà anche un live non ufficiale.
Un anno dopo, da questa esperienza e dall’ennesimo scontro con la genialità melodica di David Gilmour, nascerà Comfortably numb, una delle canzoni più belle e intense della storia della musica e un assolo di chitarra finale da hall of fame del rock.
Piacevolmente insensibile.
Quanti medici improvvisati abbiamo incontrato, nella nostra vita, armati non dell’antica scienza medica di Esculapio, ma di una semplice siringa e qualche palliativo? Quanti volenterosi imbonitori, imbroglioni di bassa lega, votati a intorpidire la nostra mente, così da assuefarla a qualsivoglia sciocchezza?
E quante volte, di fronte alla incomprensibile deriva di un mondo sempre più malvagiamente infettato dall’onnipotenza dell’io, abbiamo pensato che, forse, sarebbe meglio diventare insensibili?
Oggi viviamo uno sterminato Risiko, dove i giocatori muovono i loro eserciti militari, economici, sociali, perseguendo interessi personali, monetari o ideologici, che sfuggono a qualsiasi logica interpretativa; e noi, pedine consapevoli di questo teatro dell’assurdo, ne paghiamo le conseguenze.
Come spiegare, diversamente, l’imbelle prosopopea statunitense, l’oltranzismo russo, l’attendismo cinese, il silenzio arabo, il vuoto agitarsi europeo?
Nemmeno una tempesta di fulmini riesce a rallentare l’eloquio mentitore del Presiedente Trump durante i festeggiamenti per i 250 anni dell’indipendenza USA; da bravo venditore, offre a pochi cents la visione di un’America mai così ricca e forte, una potenza industriale in ricostruzione, il resto del mondo, brutto, sporco e cattivo, a subire la giusta sorte per decenni di sfruttamento delle casse americane; e al vertice NATO di Ankara, la prossima settimana, il linguaggio non sarà diverso.
E chissà quali mirabolanti sorprese ci riserverà l’indagine dello US Trade Representative sul forced labour globale, un mare di dazi che, in questo torrido luglio, lambirà le coste del globo terracqueo, altra perla di insipienza politica e commerciale; ma quale potente anestetico è solleticare l’orgoglio nazionalista made in USA!
Della Russia, il Presidente Trump non parla più, la Cina è dimenticata, l’Iran archiviato (ma l’accordo è tutto da verificare e Hormuz è una ferita che sanguina), la NATO un inutile spreco di denaro, se non bilanciato da impegni economici di pari livello dei nemici europei.
In questo disequilibrio creato ad arte, l’effetto di nuove imposizioni daziarie potrebbe degenerare in costi incontrollati, fenomeni distorsivi e inflazionistici, tensioni politiche di cui, al momento, nessuno sente il bisogno, rinvigorendo un conflitto che la sola calma (interessata) asiatica è riuscita a mantenere dormiente.
C’è chi mostra troppo e chi si nasconde: un gioco di ombre (non solo cinesi).
Il CEO del gruppo Volkswagen annuncia 50.000 licenziamenti entro il 2030 e, probabilmente, altrettanti negli anni a seguire, obiettivo sei miliardi di euro annui di risparmio; ma, pensiero ancor più nefasto, mette in discussione il modello di business di produrre autovetture in Germania o più in generale in Europa: non funziona più.
Curioso, negli stessi giorni lo special advisor di BYD, Altavilla, dichiarava che il colosso cinese sta cercando un secondo stabilimento produttivo in Europa.
Senza dimenticare i 13.000 licenziamenti promessi da Bosch, sempre entro il nefasto 2030.
Che il settore automotive attraversasse, ormai da anni, una difficile transizione verso una mobilità sostenibile, soffrendo di una evidente sindrome schizofrenica, che ne pregiudicava il complessivo stato di salute, era informazione da tutti conosciuta; ma vedere il modello produttivo autoctono, da sempre, per il compratore europeo, garanzia di affidabilità e di cura del dettaglio, messo in discussione dalla figura più importante del secondo gruppo automobilistico al mondo in ragione di un insopprimibile contenimento dei costi, non può lasciare indifferenti.
E così, mentre la UE continua, imperterrita e convinta, a perseguire la sua anima green, allargando notevolmente la tipologia e il numero dei prodotti a valle colpiti dal CBAM e sembra dare, ormai, come dato acquisito la partenza con il nuovo anno dell’incognita EUDR; mentre annulla i dazi sulle importazioni di numerosi prodotti USA, rinnova il sistema delle preferenze generalizzate e continua ad inondarci di misure restrittive come dazi antidumping e compensativi; mentre è impegnata a immaginare sanzioni innovative per la Russia e la pentola d’oro al termine dell’arcobaleno per finanziare una politica di difesa comune e armi all’Ucraina; mentre, in sintesi, le istituzioni unionali sembrano impegnate ad allontanarsi sempre più dai cittadini, in ragione di interessi talmente superiori da sfuggire l’occhio umano, quello che secondo la BCE contribuisce in misura significativa al valore aggiunto dell’economia dell’area euro e la cui incidenza, misurata sul valore aggiunto reale del settore manifatturiero, è pari al 10% o a circa il 2% del PIL, se utilizziamo tale denominatore, il settore automotive segna encefalogramma piatto.
Ironia della sorte, proprio nell’era in cui i produttori cinesi, che hanno scelto la mobilità elettrica quale guanto di sfida al golia europeo, cercano casa in Europa, così da aggirare i dazi compensativi decisi dalla UE.
Un gioco di ombre al quale qualcuno cerca di renderci piacevolmente insensibili.
Sempre in attesa di abbeverarci all’oasi della riforma dell’Unione doganale, sperando di non essere stati abbagliati da un affascinante miraggio, incassiamo, non solo metaforicamente, il dazio da € 3,00 sulle spedizioni di modico valore, prima tessera del mosaico della riforma a colpire gli innominabili che riversano tonnellate di prodotti a basso costo sul mercato unionale.
A proposito: dazio italico di € 2,00, sulle medesime spedizioni in naftalina. Degni eredi del generale Quinto Fabio Massimo, vincitore di Annibale nella seconda guerra punica, detto il Temporeggiatore per le sue tattiche attendiste, anche noi attendiamo e rimandiamo a ottobre una misura palesemente illegittima, ma i cui proventi sono stati iscritti in un bilancio esangue. Del resto, il non decidere è una pratica che esercitiamo abitualmente, anche in dogana, dove, più che trovare una risposta, è un’impresa trovare qualcuno cui porre la domanda.
Più che un gioco di ombre, una questione di fantasmi.
Il bambino è cresciuto, il sogno è svanito.
E’ estate, ci sono i mondiali di calcio e le code in autostrada nei weekend…al sogno, penseremo dopo.