I danni della politica USA
“Jim O’Neill! Chi era costui?”. Ci perdonerà, il sommo Alessandro, per aver storpiato un suo incipit, entrato nella storia della letteratura e nella cultura di ogni tempo. Correva l’anno 2001, quando Jim O’Neill, economista di Goldman Sachs, dissertando delle principali economie emergenti, coniò il termine “BRIC”, Cui si aggiunse, di lì a breve, una “S”.
Brasile, Russia, India, Cina, acronimo “BRIC”; se aggiungiamo il Sudafrica, “BRICS”. Oggi, i Paesi raggruppati sotto tale vessillo sono molti di più, dieci membri e undici associati, pari al 45% della popolazione mondiale e al 37% del PIL globale. Cosa vogliano? Un’alternativa all’unipolarismo statunitense, conferma storica di chi, alla caduta del muro di Berlino, paventava il rischio del venir meno di un equilibrio di poteri e la deriva violenta del confronto non politico, ma culturale. Da allora, fatti e misfatti hanno spostato verso oriente i centri di potere, determinando nuovi rapporti di forza e nuove prospettive geopolitiche, come hanno dimostrato l’ultima riunione della Shangai Cooperation Organisation (nata nel 2001 come un gruppo per la cooperazione in materia di sicurezza dei Paesi dell’Asia centrale, la SCO si è allargata fino ad arrivare a comprendere Paesi dal Caucaso, dal Medio Oriente e dal Nord Africa, 26 in totale) a Tianjin e la successiva festa cinese per l’ottantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale a Pechino, che hanno sancito la candidatura della Cina alla guida di un nuovo ordine mondiale e il peso della triade Cina, India e Russia nella rappresentanza del Sud Globale, di quella parte del mondo, Brasile, EAU ed Arabia Saudita inclusi, che si ritiene storicamente e culturalmente estranea al mondo occidentale e, a torto o a ragione, non rappresentata e dimenticata da quest’ultimo. Una deriva, probabilmente, inarrestabile, che la politica USA recente ha velocizzato ed estremizzato. Gli effetti economici negativi dei dazi sono innegabili, ma i danni sullo scacchiere politico globale potrebbero essere ben più duraturi e profondi; le bizzarrie trumpiane nascondono, nemmeno tanto, il tentativo di riportare a occidente un mondo sempre più lontano dall’idea di sottostare ad un unico mentore mondiale; così facendo, con toni e misure roboanti e discriminanti, hanno rinsaldato legami sopiti o raffreddati, fornendo a Xi Jinpin un formidabile punto di forza nelle trattative bilaterali. L’India è colpita da dazi del 50% e intensifica gli acquisti di petrolio dalla Russia, spingendo Modi verso la Cina; Trump fallisce la sua opera di mediazione con Putin e questo conclude con la Cina un accordo per la costruzione del gasdotto Power Siberia 2, “un progetto che potrebbe rimodellare i flussi energetici globali”, sentenzia ISPI. E mentre le scosse di assestamento dello status quo mondiale si propagano da Ovest a Est, la UE tace, preoccupata che Trump riconosca le tariffe reciproche anche al settore automotive: per guardare l’albero, perde di vista la foresta. Crisi di governo in Francia, crisi economica in Germania, Orban il ribelle da ammansire, il Mercosur non basta. Dal purgatorio geopolitico la strada verso le stelle è tortuosa: incamminiamoci.