Indagine USTR, nuovi dazi in arrivo
L’amministrazione statunitense ha annunciato, lo scorso mercoledì, l’avvio di due indagini, ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974, sulla sovracapacità industriale e su eventuali pratiche commerciali sleali di sedici importanti partner internazionali. Obiettivo? Nuove imposizioni tariffarie, possibilmente in vigore già prima della fine dell’estate.
Incorreggibile Trump! La Corte Suprema boccia le misure tariffarie punitive per l’intero globo terracqueo, colpevole di aver sfruttato i poveri lavoratori statunitensi, in nome di quella bazzecola giuridica che è l’eccesso di potere? E lui, immediatamente, bolla con un dazio addizionale generale del 10% tutte le importazioni, da qualunque angolo del citato globo terracqueo provenienti, per un tempo limitato di 150 giorni, così da non incorrere nuovamente nelle ire dei Giudici Supremi, colpevoli di non capire la grave minaccia alla sicurezza nazionale proveniente da quei gangsters dei Paesi esportatori, considerata la fondamentale gravità dei problemi legati ai pagamenti internazionali. Ma, suvvia, un dazio addizionale così esiguo, non rappresenta un segnale sufficientemente forte del predominio commerciale statunitense della nuova età dell’oro; e se la Sezione 122 del Trade Act del 1974 non consente di oltrepassare la soglia del 15%, la soluzione deve trovarsi altrove. E così, tra un bombardamento in Iran e un impegno istituzionale, tra l’uccisione del tiranno Khamenei e qualche milione di dollari guadagnato dal circolo magico con il commercio di petrolio (si narra che il rampollo Barron avrebbe acquistato trenta milioni di dollari di petrolio due giorni prima dell’inizio delle ostilità iraniane); tra le preoccupazioni per le elezioni di Midterm e la sospensione delle sanzioni sull’acquisto di petrolio russo, linfa vitale per evitare impennate del prezzo di gasolio e benzina (di cui, qui da noi, invece, nessuno si preoccupa) e non esacerbare l’elettorato “popolare”; nella distrazione generale, figlia di ogni guerra, pensa di affidare al US Trade Representative Jamieson Greer indagini che “si concentreranno sulle economie che, a nostro avviso, sembrano presentare un eccesso strutturale di capacità produttiva in vari settori manifatturieri, ad esempio attraverso surplus commerciali persistenti e consistenti, o capacità produttiva sottoutilizzata o inutilizzata”. Cina (sotto indagine anche per sospetti di lavoro forzato), Corea del Sud, Giappone, India, Messico, UE; ma anche Bangladesh, Cambogia, Indonesia, Malesia, Norvegia, Singapore, Svizzera, Taiwan, Thailandia e Vietnam (non Canada e UK) sono le economie sotto osservazione. Il settore automobilistico in Cina e Giappone, dove il principale produttore di veicoli elettrici BYD sta “espandendo aggressivamente la propria presenza produttiva all’estero, con stabilimenti in Brasile, Thailandia, Turchia, Ungheria, Uzbekistan e si prevede che amplierà la capacità produttiva in Europa, dove gli impianti automobilistici esistenti operano solo al 55% della loro capacità”; i surplus commerciali irlandesi, taiwanesi e tedeschi, l’eccesso di capacità produttiva di Norvegia, Singapore e Svizzera. Parole che preannunciano una condanna già scritta. “Chi può garantire che il risultato finale non comporterà tariffe ancora più elevate per l’UE? Non è sufficiente presumere, da entrambe le parti, che si finirà entro i limiti dell’accordo di Turnberry. Abbiamo bisogno di chiarezza”, ha scritto il presidente della Commissione Commercio del Parlamento UE, Bernd Lange. Ciò di cui noi europei avremmo bisogno, aggiungo, è un ruolo e una leadership internazionale, Putin e Trump guadagnano milioni di dollari con il petrolio e il gas, noi ci illudiamo di aver stremato l’economia russa e rimpiangiamo il nucleare, ci sfaldiamo sull’Ucraina e la posizione comune sull’attacco all’Iran non è pervenuta. Meritiamo certamente di meglio.