03 Giugno 2026

Italia, USA, UE…pensieri sparsi

“Per regime democratico s’intende primariamente un insieme di regole di procedura per la formazione di decisioni collettive, in cui è prevista e facilitata la partecipazione più ampia possibile degli interessati…La democrazia non è una società di liberi e di eguali, ma una società regolata in modo che gli individui che la compongono siano più liberi ed eguali che in qualsiasi altra forma di convivenza…La libertà indica uno stato dell’individuo, mentre l’eguaglianza indica un rapporto tra individui…La democrazia vive nella tensione tra due valori: libertà ed eguaglianza. Non c’è vera democrazia senza il rispetto delle libertà fondamentali, ma queste non bastano se non sono accompagnate da condizioni di eguaglianza che consentano a tutti di partecipare” (Norberto Bobbio)

Un caldo pomeriggio, da dove scrivo, questo 2 giugno.
Altrove, pioggia, grandine e temporali, quasi a sviare pensiero e attenzione da una giornata importante; per uno Stato giovane, ottant’anni di democratica repubblica rappresentativa non sono pochi.
Anni complessi, lottati, cancellati e riscritti, ma pur sempre storia; la nostra storia.
Edificata su una solida pietra angolare: la Costituzione. Un testo unico, pensato e scritto da menti che, da anni, non frequentano più il nostro Paese, non una raccolta di principi, non un libro di regole, ma un progetto di vita, il progetto di chi credeva in un tempo migliore di quello appena concluso.
Visionari, affermerà qualcuno; semplicemente, politici che sapevano ciò che facevano, che equilibravano pensiero e azione, che perseguivano un interesse collettivo e non un interesse personale.
E che sapevano i rischi che correvano.
Perchè la democrazia è il miglior sistema di governo possibile, ma è, anche, il più difficile da domare.
Lo sapeva bene chi l’aveva creata.
Platone, ne La Repubblica, la associava alla tirannide, una forma di governo degenere e instabile, schiava dell’ignoranza dei governanti; Aristotele, quando passeggiava, qui ad Atene sul peripatos, insegnava ai suoi allievi che “la democrazia si è formata quando si è passati, dalla convinzione che tutti sono uguali per certi aspetti, all’idea che tutti sono uguali per tutti gli aspetti (siccome tutti sono parimenti liberi, tutti si credono assolutamente uguali)… Ecco allora che gli uni, ritenendosi uguali, si arrogano il diritto di partecipare in ugual misura a tutti i beni”.
La storia lo insegna: un breve passo separa democrazia e tirannide; ma la prima possiede, nel suo essere, l’antidoto per non degenerare nella seconda.
Certo, nel tempo, la tentazione di accentrare il potere, sottraendolo, formalmente e temporaneamente, of couse, al popolo ha colpito più di un governante; ma noi tutti, cittadini e non più sudditi, popolo e non più gregge, siamo i custodi della maturità sociale che tutela il rifiorire democratico ad ogni primavera.
Equazione sbagliata, non scritta e mai corretta, sospesa in precario equilibrio tra libertà e uguaglianza, idee così faticose da contemperare, ma così suggestive da incarnare un roseo orizzonte.
La democrazia è malata, non moribonda, disagio comune a tutto il mondo occidentale e a quella parte del globo che, scopertala più o meno di recente, una forma di esercizio del potere, storicamente, culturalmente e religiosamente, non l’aveva mai considerata.
Anche la patria delle libertà (almeno, presunta tale) soffre.
Stretta tra un Presidente debitore di interessi finanziari superiori e personali (e, quindi, antidemocratico per definizione, sentenzierebbe la filosofia del diritto e della politica) e un presente e un futuro economico incerto e opaco, una base elettorale sempre più scontenta e nessuno in grado di recepire e canalizzare tale elusione in un progetto politico reale e realizzabile.
Esilarante, se non fosse tragica la situazione internazionale, il resoconto, ufficiale e ufficiosa, del colloquio telefonico con il premier israeliano Netanyahu; complessa l’uscita da un conflitto quanto meno avventato e costoso, in termini economici e non solo militari e la cui soluzione diplomatica viene, ora, messa in discussione dalle iniziative dello storico alleato.
E, allora, il Presidente vende il nulla di una potenza economica in ricostruzione, di una produzione industriale autoctona da far risorgere, con buona pace di un know-how ormai dimenticato e di una forza lavoro insufficiente e prosegue imperterrito nella sua politica daziaria, tra ripensamenti, aggiustamenti e fastidi giudiziari (bocciati anche i dazî ex Sez. 122 del Trade Act del 1974 per vizio interpretativo del concetto di problemi legati alla bilancia dei pagamenti).
Anche la sentenza della Corte Suprema, che ha dichiarato l’illegittimità dei dazi IEEPA, viene, ora, parzialmente, messa in discussione; in una memoria depositata il 29 maggio nell’ambito di un causa instaurata avanti presso la Court of International Trade, che aveva intimato alla CBP di procedere celermente all’esecuzione dei rimborsi, estendendo la platea degli aventi diritto, l’amministrazione USA ha proposto una discutibile tripartizione delle dichiarazioni interessate dalla procedura: importazioni non ancora liquidate o ancora in fase di controllo, per le quali i rimborsi sono già in corso e non sono oggetto di contestazione; importazioni definitivamente liquidate, per le quali è stato presentato un ricorso e per le quali CBP non potrebbe procedere al rimborso, in assenza di specifici ordini giudiziari riferiti ai singoli importatori; importazioni definitivamente liquidate, per le quali non è stato presentato un ricorso e per le quali viene contestata l’ingiunzione di rimborso emessa dalla Corte, estendendo i rimborsi anche a soggetti che non avrebbero avviato alcuna azione giudiziaria.
All’intimazione alla CBP della Court of International Trade si contrappone, ora, un distinguo giuridico in grado di spegnere le speranze di molti importatori, certo del proprio diritto a vedersi restituiti i soldi versati alle casse statali per colpire i nemici (commerciali) della patria, altra affermazione degna dei grandi comici del passato.
E mentre un perenne e grigio inverno sembra opprimere la scena geopolitica internazionale, sull’Europa risuonano, ancora una volta, le parole di Mario Draghi, pronunciate lo scorso 14 maggio: “Non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile. La tensione cui è sottoposto il nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese. Ma questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione. Perché le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno compiendo qualcosa che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno spingendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme… Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista. Al di là dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo…Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta rispondendo a questa nuova realtà. Ma sta rispondendo all’interno di un sistema che non era stato concepito per sfide di questa portata. Il progetto europeo è stato costruito, deliberatamente e saggiamente, per impedire la concentrazione del potere…Sotto la pressione di questi anni, agli europei vengono riportati alla mente valori che avevano cominciato a dare per scontati: solidarietà, democrazia, stato di diritto, protezione delle minoranze…Ma quando i cittadini chiedono più Europa, non stanno semplicemente chiedendo di più dell’Europa che abbiamo. Né stanno chiedendo un progetto istituzionale astratto. Stanno chiedendo miglioramenti pratici nel modo in cui l’Europa li protegge e li responsabilizza, in modi che possono veder funzionare e di cui possono chiedere conto…”.
Naturalmente, il discorso è molto più lungo e complesso, economicamente e politicamente.
Ma già in queste parole leggiamo la critica più acuta: l’Europa deve abituarsi ad essere sola, a trovare in se stessa la forza per rivendicare un ruolo egemone, a cambiare sistema decisionale, a rinunciare a qualche principio economico ora, per goderne dei risultati in futuro (John Maynard Keynes, da lassù, sorride), a cambiare prima che i cambino i suoi cittadini e le voltino le spalle.
La politica commerciale unionale è, senz’altro, un valore aggiunto in una realtà in costante modificazione, in equilibri oggi raggiunti e domani persi, nell’incertezza e nell’ignoranza, cieca e voluta, politica; ma non basta.
Allargare i mercati e governare i confini è opera meritoria, ma priva di leadership riconosciuta.
Sui grandi temi internazionali, là dove la politica, sovente, si scontra con il buon senso e la ragione e l’essere umano non trova il rispetto e la dignità che merita, l’Europa è assente, i singoli Paesi si muovono in ordine sparso, obbedienti alla necessità di accondiscendere i desiderata del proprio elettorato, più che di perseguire un interesse continentale.
E’ proprio vero, gli statisti del passato, la loro visione, la loro capacità predittiva, non esistono più.
Il mondo è cambiato, è più complesso, più globale e meno particolare, ma le idee, quelle, continuano a mancare.
La democrazia è un animale difficile da domare.
Mai come in questo periodo deve essere guidata, mai costretta, mai repressa, solo guidata, con intelligenza, buon senso, rispetto; nella lotta tra istinto e ragione che ci impegna fin dalla nascita e che trova nel termine greco yenethlia (compleanno) la sua perfetta sintesi, noi continuiamo a confidare nel prevalere della ragione.
You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one.

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