La differenza tra conoscere e comprendere
“A forza di leggere e rileggere poesia, sono arrivato a una conclusione definitiva sull’argomento. Ogni volta che affronto una pagina bianca, sento di dover riscoprire la letteratura da solo. Il passato non mi è di alcun aiuto. Ho solo le mie perplessità da offrirvi” (Jorge Luis Borges)
Leggevo, nei giorni scorsi, alcune pagine di Jorge Luis Borges. Non uno dei suoi visionari e inarrivabili romanzi, ma il testo delle Charles Eliot Norton Lectures, le lezioni sulla poesia tenute ad Harvard negli anni 1967/1968.
Conoscitore, in epoca moderna, come nessuno ed esegeta didascalico della letteratura mondiale, capace di scavare nei meandri dei versi e delle parole, fino a trovare l’essenza dell’idea che le ha originate, il genio argentino identifica la conoscenza con il dubbio e la capacità di porsi domande; la pagina bianca è l’ignoto da esplorare, la paura da affrontare, il mare da navigare, senza certezza alcuna; quella fanciullesca capacità di stupirci, di sorprenderci fino ad accettare ciò che l’occhio non raggiunge e la ragione non percepisce è la fonte della vera conoscenza.
Mentre le pagine scorrevano veloci, mi tornava alla mente un’altra figura, vissuta molti secoli prima, origini umili e assurta alle più alte cariche della repubblica romana, questore, pretore e, poi, censore intransigente nella lotta al lusso e al malcostume, politico e sociale; Marco Porcio Catone, negli insegnamenti dell’arte retorica al proprio figlio scrisse: “Rem tene, verba sequentur”, che potremmo liberamente tradurre con “Conosci i fatti, le parole verranno”.
Massima fulminante, che ci lascia senza difese e ci pone di fronte al dilemma della diffusione della conoscenza.
Nella civiltà del sapere pret-à-porter, dell’investitura popolare dei tuttologi da social, l’eccesso di informazione ha creato un deficit di informazione, un corto circuito della conoscenza.
Prima il sapere, poi la parola, quest’ultima ancella del primo, a illustrarlo, non a sostituirlo.
E, invece, quotidiani effluvi di parole slegate da qualsiasi forma di possesso del sapere, gettate a caso nell’arena della pseudo informazione, in politica, in economia, nell’analisi sociale; e in dogana.
Un esempio? “Sono lieto di annunciare che, in considerazione del fatto che l’Unione Europea non sta rispettando l’accordo commerciale da noi pienamente concordato, la prossima settimana aumenterò i dazi doganali applicati all’Unione Europea per le auto e i camion importati negli Stati Uniti. Il dazio sarà aumentato al 25%. È pienamente chiaro e concordato che, se le auto e i camion vengono prodotti in stabilimenti statunitensi, NON CI SARÀ ALCUN DAZIO. Molti stabilimenti per la produzione di automobili e camion sono attualmente in costruzione, con investimenti per oltre 100 miliardi di dollari, un RECORD nella storia della produzione di auto e camion. Questi stabilimenti, con personale composto da lavoratori americani, apriranno presto: non c’è mai stato niente di simile a quello che sta accadendo oggi in America!”.
Il Presidente Trump corre sempre sul sottile filo che separa l’ignoranza dalla dolosa falsità, portatore sano del virus della disinformazione.
Anche il microcosmo doganale non può che ripetere i difetti del globo circostante.
In dogana si parla poco e male; chi, come me, ha qualche anno in più, avrà percepito la progressiva diminuzione, numerica e qualitativa, delle pronunce dell’autorità doganale centrale, peraltro inversamente proporzionale all’incremento della complessità della materia: la dogana scrive meno e peggio, ripetendo spesso il dettato normativo, interpretandolo al limite dell’ovvietà ed evitando di calarlo nella realtà quotidiana.
Un esempio? Le numerose circolare sui profili sanzionatori dettati dal D.Lgs. n. 141/24, che non hanno risposto ad una sola domanda posta dagli interpreti e che non hanno aiutato la quotidiana applicazione degli uffici territoriali; o, ancora, la burocratica descrizione di una riforma organizzativa che riscrive, a parole, l’assetto funzionale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, ma che trova, in un deserto di chiarezza, attuazione sparpagliata e spesso incoerente da parte sempre degli uffici territoriali, in spregio ai principi di semplificazione ed efficacia dell’azione doganale prefigurati dal Codice unionale e dalla sua riforma ancora in itinere.
Peccato nel quale scivola, sovente, anche la gran parte dei commentatori.
E che è frutto di un difetto di consapevolezza della differenza tra conoscere e comprendere.
Conoscere significa, nella sua accezione più ampia, apprendere e tenere a mente le nozioni apprese; comprendere, al contrario, ha un significato più denso, derivante dalla sua etimologia latina, di contenere in sé e accogliere il senso di ciò che si è appreso; oltre la conoscenza, la comprensione è la sua interiorizzazione, il suo percepirne la natura e, conseguentemente, la sua applicazione, è il sapere che si fa azione, la teoria che diviene pratica, e viceversa, poiché la comprensione può nascere anche dalla pratica e astrarre la teoria.
Il diritto doganale si può conoscere, si può apprendere, studiando con dedizione e costanza una galassia di testi normativi si può arrivare ad un livello elevato di apprendimento; ma per comprenderlo, per trasformarlo in realtà occorre percepirne il senso, farlo proprio, averlo applicato e applicarlo.
La conoscenza nasce dal dubbio e genera domande; la comprensione nasce dal dubbio e genera risposte.
Quelle risposte che quasi mai troviamo nelle pronunce amministrative, che raramente incontriamo nei commenti di dottrina, che il mondo produttivo, commerciale, logistico continua a chiedere, più che mai in un’epoca di confuso procedere verso un fine (doganale) certo, di certificazione politica della follia quale arma di potere e della superbia quale arma di ricatto, di un Risiko impazzito, privo di confini fisici, sostituiti da improbabili legami geopolitici, di ricerca di un male minore, anziché di un bene supremo.
Nelle nostre parole, nel nostro quotidiano dialogo, cerchiamo di trasmettere la comprensione della materia doganale, di disegnare strategie possibili perchè realizzabili e giuridicamente solide.
Ed è ciò che faremo anche nel percorso formativo per responsabili delle questioni doganali ai fini AEO, in partenza nel mese di settembre e nel corso di aggiornamento, obbligatorio per i responsabili delle questioni doganali, che prenderà il via il più vicino 3 giugno prossimo.
Due occasioni per attraversare lo specchio, per leggere tra le righe e ascoltare le esperienze che tramutano i concetti in realtà, che non pretendono di vendere come semplice una materia che semplice non è, ma che hanno l’orizzonte, partendo dal dato esperienziale, di accompagnare gli ascoltatori alla comprensione della natura dei singoli istituti, per scoprire quel filo rosso che lega il senso di tutto il diritto doganale.
Per imparare a comprendere; che è altro e più del semplice conoscere.
Vi aspettiamo.