La difficile arte del giudizio
“La libertà politica è quella tranquillità di spirito che la coscienza della propria sicurezza dà a ciascun cittadino e condizione di questa libertà è un governo organizzato in modo tale che nessun cittadino possa temerne un altro. Quando nella stessa persona o nello stesso corpo di magistratura, il potere legislativo è unito al potere esecutivo, non esiste libertà; perché si può temere che lo stesso monarca o lo stesso senato facciano delle leggi tiranniche per eseguirle tirannicamente. E non vi è libertà neppure quando il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e da quello esecutivo. Se fosse unito al potere legislativo, il potere sulla vita e sulla libertà dei cittadini sarebbe arbitrario: poiché il giudice sarebbe il legislatore. Se fosse unito al potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la forza di un oppressore” (Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, De l’esprit des lois, Ginevra, 1748).
Dicembre è un mese unico; così intenso, così denso, così breve.
Le preoccupazioni, le ansie, le disillusioni, i numeri dell’anno che si conclude abbracciano le speranze, i desideri, le illusioni, i numeri dell’anno che verrà; le città si accendono di luci intermittenti, al pari degli umori delle persone, quasi a esorcizzare il buio del presente e a scongiurare il buio del futuro; le ore scorrono più veloci, un orologio non è sufficiente, impegni, obblighi, doveri, piaceri a scadenza unica e improrogabile: vorrei un dicembre a luci spente e con le persone accese, annotava la penna dissacrante di Charles Bukowski.
Un singolare connubio di afflato religioso e ateo consumismo, parossistica espressione di un festeggiare che è, al di là e ancor prima, volontà di dimenticare, anche per un semplice tempo piccolo.
Così amato e così odiato, dicembre.
E’ lecito soffermarsi a pensare, a dicembre?
E’ lecito soffermarsi a pensare sempre, imperativo morale, sovente dimenticato, purtroppo, non solo a dicembre.
E’ lecito dissertare di diritto, politica, filosofia, economia, geografia umana, letteratura, storia, trattando di dogana?
Più che lecito, è cosa buona e giusta, se finalmente, anche nel nostro microcosmo italico, per chi desidera elevare la dogana da “attività” a “diritto”, sottraendola alla radicata consuetudine, intesa quale comportamento costante percepito quale giuridicamente fondato, di ridurla ad operazione poco più che matematica.
Non ruberò troppo tempo prezioso agli affanni natalizi, è una promessa.
L’occasione di questi pensieri sparsi, un messaggio via Truth del Presidente Trump: “La causa sui dazi della prossima settimana è una delle più importanti nella storia del Paese. Se a un Presidente non fosse consentito l’uso dei dazi, saremmo in netto svantaggio rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo, in particolare ai “Major”. In un certo senso, saremmo indifesi! I dazi ci hanno portato grande ricchezza e sicurezza nazionale nei nove mesi in cui ho avuto l’onore di ricoprire la carica di Presidente. Il mercato azionario ha raggiunto massimi storici più volte durante il mio breve mandato, con un’inflazione praticamente nulla e una sicurezza nazionale senza pari. I nostri recenti negoziati di successo con la Cina, e molti altri, ci hanno messo in una posizione di forza solo perché avevamo dazi con cui negoziare accordi equi e sostenibili. Se un Presidente non fosse in grado di usare rapidamente e agilmente il potere dei dazi, saremmo indifesi, portando forse persino alla rovina della nostra Nazione. Gli unici a combatterci sono i Paesi stranieri che per anni hanno approfittato di noi, coloro che odiano il nostro Paese e i Democratici, perché i nostri numeri sono insormontabili. Non andrò in tribunale mercoledì perché non voglio distogliere l’attenzione dall’importanza di questa decisione. Sarà, a mio parere, una delle decisioni più importanti e consequenziali mai prese dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Se vinciamo, saremo di gran lunga il Paese più ricco e sicuro al mondo. Se perdiamo, il nostro Paese potrebbe essere ridotto quasi allo status di Terzo Mondo. Preghiamo Dio che ciò non accada!”.
Le duecentoquindici pagine del verbale della riunione del 5 novembre profumano di dubbio e di incertezza in ogni considerazione; anche i supremi giudici ideologicamente più vicini alla dottrina trumpiana si chiedono se le tariffe reciproche siano giustificate ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act del1977, se la guerra commerciale rappresenti davvero un’emergenza nazionale, se le tariffe non debbano essere qualificate come tasse, pagate dal popolo americano e la tassazione è uno dei principali poteri nelle mani del Congresso; oppure semplicemente strumenti di regolazione dei traffici internazionali, di spettanza del potere esecutivo.
Se il fondamento giuridico dell’autonomia presidenziale non possa rinvenirsi altrove, nella Sezione 122 del Trade Act del 1974, che consente l’applicazione di tariffe per le questioni relative alla bilancia dei pagamenti, ma limitate al 15% e a un orizzonte temporale di 150 giorni; o, ancora, nella Sezione 301 del medesimo provvedimento, già oggi abusata, nella Sezione 338 del trade Act del 1930 o nella Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, anch’essa ben conosciuta a chi opera con gli USA.
E ancora, accettare la posizione presidenziale incarnerebbe un “trasferimento di potere a senso unico dal Congresso al Presidente” o l’abbattimento delle tariffe potrebbe limitare il potere degli Stati Uniti nelle crisi estere e nelle guerre commerciali?
Non sappiamo quando la Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncerà sull’ampia autorità esercitata dal Presidente Trump per imporre dazi sulle importazioni da tutto il mondo (se non sarà la metà del mesi in corso, se ne riparlerà a gennaio); ma sappiamo, per certo, che tale decisione sarà di importanza storica, potendo limitare o espandere il potere presidenziale sul commercio e sulle tasse e impattando sulle catene di approvvigionamento globali, sugli importatori, sui produttori e sui governi stranieri, resuscitando la “dottrina della non delega”, un principio costituzionale secondo cui il Congresso non può cedere il suo potere legislativo o fiscale interamente al Presidente.
Le aziende, in ogni caso, si stanno preparando alla fortunata ipotesi in cui dovessero ottenere dei rimborsi, intraprendendo azioni legali contro il governo per assicurarsi di ottenere i rimborsi se la Corte Suprema dovesse respingere il ricorso governativo, confermando l’illegittimità dell’imposizione daziaria governativa.
Il cui effetto si rivela anche durante la stagione dello shopping natalizio, quando i prezzi medi dei beni hanno frenato i consumatori, riflettendo la maggiore propensione dei ceti più benestanti ad acquistare rispetto a chi ha disponibilità finanziarie più limitate, nuova rappresentazione di un conflitto sociale sempre più sottile e pericoloso, non solo nella lontana terra americana.
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Di controverso giudizio storico, ma di assoluta unicità intellettuale, l’età illuminista ha segnato come poche l’evoluzione del mondo occidentale, il fascino dell’intelletto che disegna una nuova realtà, la ragione e la logica umana che colloquiano con lo spirito divino, Michel de Montaigne e il relativismo, il pensiero critico e lo scetticismo.
In questo caleidoscopio culturale, il barone di Montesquieu disegna la teoria della divisione e dell’autonomia dei poteri, unico antidoto per la sopravvivenza di quella creatura così lucente e così fragile, che già i padri greci apostrofarono come democrazia, affetta dalla maledizione di tramutarsi, nel volgere di una sola notte, in terrore e tirannia; ne è testimone la storia del potere, quello grande, di chi crede di fare la storia e quello piccolo, degli uomini qualunque, che la storia la scrivono ogni giorno, assoggettati alla volubilità di quei pochi che, invocando vanamente un sì alto principio, vogliono solo far prevalere la loro risibile, presunta superiorità.
Teoria che troverà un convinto fautore in un gigante del pensiero occidentale, Immanuel Kant, il quale, tuttavia, riconduce al principio della separazione dei poteri un quid pluris rispetto alla teoria originaria, ritenendo che il conseguimento di una pace perpetua fra gli Stati consegua necessariamente alla circostanza che questi si fondino su una Costituzione repubblicana.
Chi legifera non agisce, chi agisce non giudica, chi giudica non legifera e non agisce: il paradigma della libertà, benevolmente accolto dalle carte costituzionali moderne e altrettanto quotidianamente violato dai paladini di una democrazia studiata soltanto sui libri con un briciolo di potere nelle mani.
Al potere, quello vero, non è mai piaciuto e non piace tuttora essere giudicato, latitudine e longitudine irrilevanti; in ragione dell’investitura popolare vorrebbe elevare la propria autonomia anche nei confronti del potere giudiziario o ridurre quest’ultimo a una creatura sottomessa alla sua governance.
Del resto, anche giudicare non è affar semplice; escluso, per l’umana tendenza ad immedesimarsi, l’atteggiamento oggettivo, è facile scivolare lungo tendenziose e pericolose derive, figlie della consapevolezza della propria autorità.
Fu nelle notti insonni/Vegliate al lume del rancore/Che preparai gli esami/Diventai procuratore/Per imboccar la strada/Che dalle panche d’una cattedrale/Porta alla sacrestia/Quindi alla cattedra d’un tribunale/Giudice finalmente/Arbitro in terra del bene e del male: un maestro, Faber.
Sarebbero sufficienti comprensione e buon senso, virtù sconosciute al tempo di oggi, impegnato a nascondere la propria ignoranza dietro una facciata di rispettabile inutilità.
Al potere non piace essere giudicato; non solo dai giudici, da nessuno.
Ai giudici non piace essere contraddetti; non solo dal potere, da nessuno.
Chi non ha provato un senso di opprimente impotenza di fronte alla prosopopeica ignavia doganale di molte Corti di Giustizia Tributaria, preoccupate più del compito di rifugiarsi nelle tranquille acque dei verbali amministrativi che di dispensare giustizia? Non è, forse, un malsano esercizio del potere anche questo?
L’analisi dei dati e delle informazioni, unita alla valutazione dei fatti, costituisce il cuore del pensiero critico, un metro di giudizio che separa la realtà, vera o presunta, da pregiudizi e fattori di influenza, moderna trasposizione della kantiana facoltà di pensare il particolare come contenuto nel generale, ovvero vedere sempre l’oggetto del giudizio nel contesto cui appartiene.
Una materia così decisiva, da costituire, ormai, insegnamento in molti corsi di laurea giuridici moderni.
Un metodo di vita che spesso dimentichiamo, nelle aule dei tribunali, nelle stanze del potere, nei rapporti professionali e privati, guardando la televisione o scrollando un feed; sopraffatti da una realtà che non riusciamo a dominare, ricercando una verità che, come la giustizia, non è mai un fine bensì un mezzo.
Nell’era glaciale della trasformazione sociale, del revisionismo storico, del sommovimento geopolitico, del revanscismo individuale e commerciale, della nuova stagione di riforme doganali, che dovrebbe traghettarci verso la dogana del terzo millennio, più moderna, resiliente, olistica e orientata ai bisogni delle imprese (anche se, relativamente a quest’ultimo obiettivo, registriamo ancora una arretratezza preclusiva imbarazzante), il pensiero critico e la capacità giudizio costituiscono l’unica, possibile stella polare di una navigazione tranquilla verso il domani.
Pensare e pensare criticamente è un diritto che nessuno potrà mai sopprimere; è una scelta coraggiosa, in questo tempo di bonaccia culturale e di sproloqui vagamente ideologici; è la nostra scelta.
Come coraggiosa è la scelta della musica di Sostakovic per aprire la stagione operistica della Scala di Milano; e in questo giorno, che per ogni milanese non è un giorno qualunque, un sentito in bocca al lupo al direttore e ai maestri che, questa sera, stanno svelando una Lady Macbeth sconosciuta ai più.