01 Settembre 2025

L’insostenibile leggerezza dell’ignoranza

“Si consideri una tribù primitiva che inizialmente costruisce un muro intorno al suo territorio. Il muro è un esempio di funzione imposta in virtù della pura fisica: il muro, supporremo, è alto abbastanza per tenere fuori gli intrusi e dentro i membri della tribù. Ma supponiamo che il muro gradualmente si evolva dall’essere una barriera fisica per diventare una barriera simbolica. Si immagini che il muro gradualmente si sgretoli in modo che la sola cosa rimasta sia una fila di pietre. Ma si immagini che gli abitanti e i loro vicini continuino a riconoscere la fila di pietra come ciò che demarca i confini del territorio in modo tale da influenzare il loro comportamento. […] La fila di pietre ora ha una funzione che non viene svolta in virtù della pura fisica, ma in virtù dell’intenzionalità collettiva. […] La fila di pietre svolge la medesima funzione di una barriera fisica, ma non fa ciò in virtù della sua costruzione fisica, ma perché le è stato assegnato collettivamente un nuovo status, lo status di un demarcatore di confini” (John R. Searle, La costruzione della realtà sociale, Einaudi).
Quanti muri abbiamo incontrato, nella nostra vita?
Quanti muri abbiamo scalato, nella nostra vita?
Due studiosi statunitense, David B. Carter e Paul Poast hanno contato sessantadue esempi di confini murati, costruiti tra il 1800 e il 2014; di questi, ben 28 sono stati eretti a partire dall’anno 2000 (“Why Do States Build Walls? Political Economy, Security, and Border Stability”, Journal of Conflict Resolution, 2017): alcuni tristemente famosi, come il muro che ha diviso, geograficamente, politicamente e individualmente, la città di Berlino e la linea Maginot, eretta tra Francia e, tra gli altri Paesi, Germania e Italia tra il 1928 e il 1940, così chiamata in onore del suo ideatore, il Ministro della guerra Andrè Maginot; altri meno conosciuti, come la linea Morice, costruita dai francesi (del cui Ministro della difesa, Andrè Morice, anche in questo caso, prende il nome) tra Algeria e Tunisia tra il 1957 e il 1962.
Il muro è uno strumento di articolazione dello spazio, che sostituisce all’idealità del confine la materialità della pietra, che diviene essa stessa confine, assumendo una connotazione politica che travalica l’etimologia e il significato primigenio del sostantivo, tanto da divenire oggetto di una specifica identità filosofica, la “teicopolitica”, il cui nome deriva dal muro di cinta della polis greca: ogni politica di chiusura dello spazio, in generale collegata a una preoccupazione più o meno fondata di protezione del territorio, e dunque al fine di rinforzarne il controllo (Florine Ballif e Stéphane Rosière).
Ma Il muro è un oggetto che inscrive nello spazio una specifica relazione di potere, che la consuetudine collettiva conserva al di là della fisicità del muro stesso, rappresentando una articolazione complessa dei rapporti di potere; anzi, è uno dei più antichi strumenti di potere: “La stessa sorte avrà, chiunque altro osi superare le mie mura” proclama Romolo dopo il fratricidio, nella ricostruzione dello storico Tito Livio.
Ed è uno strumento di potere così potente, da sopravvivere al venir meno della pietra, divenendo ideale confine invalicabile; “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere, né confini”, esclama Jurij Gagarin il 12 aprile 1961, durante il suo volo orbitale, primo uomo ad osservare dall’alto dei cieli il nostro pianeta.
Strano destino, quello del termine “confine”.
Deriva dalla parola latina “confinis”, composta dal prefisso “con”, che significa insieme e da “finis”, limite, termine, originariamente riferito alla proprietà terriera.
Per i nostri padri latini, dunque, il confine non è solo una linea di demarcazione della proprietà, ma, contemporaneamente, è anche il luogo di passaggio tra due proprietà, non riveste una connotazione negativa, non identifica un concetto di divisione, bensì anche di unione o, utilizzando un sostantivo assai più di moda nel linguaggio moderno, di condivisione.
Multipolarismo, bipolarismo, scomposizione regionale: il contesto internazionale si sta incamminando nella direzione di un progressivo superamento dei confini politici, tale da rendere superflua ogni chiave di lettura forzatamente unitaria dei fenomeni globali; fenomeni che la globalizzazione economica e la digitalizzazione dei sistemi di comunicazione avevano già ampiamente anticipato.
Aveva ragione, Gagarin, la Terra non ha confini, i popoli non hanno confini; i confini li stabiliscono gli uomini, per perseguire i propri fini, tutelare i propri interessi, proteggere le proprie economie; i confini si difendono con le idee, con la ragione, con gli accordi, ma si estendono con la forza militare, soprattutto oggi, nell’indifferenza di una comunità internazionale inesistente, anzi in una sorta di crisi costituente della comunità internazionale, impossibilitata a fondarsi sulle regole basilari della pacifica convivenza, che rivela la propria portata distruttiva nella disciplina politicamente e giuridicamente cruciale dell’uso della forza, ricadendo inevitabilmente nella trappola di Tucidide: quando una potenza emergente minaccia il primato di una potenza dominante, lo scontro è inevitabile.
In una realtà dominata da una inusuale abbondanza di informazioni, sovente non verificate, anche il confine tra conoscenza e ignoranza diviene sempre più labile, spostato verso la seconda a vantaggio del potere di turno.
Il dogma socratico “Non so nulla, a parte il fatto di non sapere”, fondatore dell’epistemologia dell’ignoranza (intesa come concetto filosofico di assenza o privazione della conoscenza, priva di quel connotato offensivo che sovente il sentire comune lega a tal termine), ha trovato, nel corso dei secoli, numerosi e illustri seguaci; e ha lasciato tracce indelebili anche nelle lingue moderne.
Gli anglosassoni, ad esempio, parlano di known knowns (ciò che sappiamo di sapere); di known unknowns (ciò che sappiamo di non sapere); di unknown unknowns (ciò che non sappiamo di non sapere); di unknown knowns (ciò che non sappiamo di sapere); i francesi distinguono savoir (il sapere che discende direttamente dalla ragione e dall’intelletto) e connaitre (la conoscenza dovuta ai sensi e all’esperienza).
Quanta insopportabile ignoranza nella comunicazione della politica internazionale.
Quanta fastidiosa ignoranza nella comunicazione di un sapere di parte.
Storicamente, l’ignoranza, come i muri, come i confini, rappresenta uno strumento di potere.
Non è necessario risalire ai fasti borbonici, per trovare una conferma di ciò; basta por mente alla interpretazione degli avvenimenti attuali brillantemente offerta da USA, Cina, Russia e UE: puntuale, ultima conferma, le parole di Mario Draghi, pronunciate a Rimini lo scorso 22 agosto, a sbugiardare l’ignoranza attiva, intesa come volontà di non conoscere, della titubante politica unionale: “Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno, in cui questa illusione è evaporata. […] Abbiamo dovuto rassegnarci ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e alleato di antica data, gli Stati Uniti. Siamo stati spinti dallo stesso alleato ad aumentare la spesa militare. […] L’Europa è stata spettatrice anche quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava. Questi eventi hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico. Non è quindi sorprendente che lo scetticismo nei confronti dell’Europa abbia raggiunto nuovi picchi. Ma è importante chiedersi quale sia veramente l’oggetto di questo scetticismo. […] Non è a mio avviso uno scetticismo nei confronti dei valori su cui l’Unione Europea era stata fondata: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità. […] Credo piuttosto che lo scetticismo riguardi la capacità dell’Unione Europea di difendere questi valori. […] Per affrontare le sfide di oggi l’Unione Europea deve trasformarsi da spettatore o al più comprimario in attore protagonista. […] Il Fondo Monetario Internazionale calcola che, se le nostre barriere interne fossero ridotte a livello di quelle prevalenti negli Stati Uniti, la produttività del lavoro nell’Unione Europea potrebbe essere di circa 7% più alta dopo sette anni. Si pensi che negli ultimi sette anni il totale della crescita della produttività è stato da noi appena il 2%. […] Nessun Paese che voglia prosperità e sovranità può permettersi di essere escluso dalle tecnologie critiche. Gli Stati Uniti e la Cina usano apertamente il loro controllo sulle risorse strategiche sulle tecnologie per ottenere concessioni in altre aree: ogni dipendenza eccessiva è così divenuta incompatibile con la sovranità sul nostro futuro”.
Solo il giorno precedente, UE e USA avevano pubblicato la dichiarazione congiunta sul presunto accordo commerciale discusso a fine luglio tra i Presidenti Trump e Von der Leyen: presunto, in quanto mi visto e in quanto ricatto vestito da accordo (il migliore possibile, secondo il commissario Sefcovic, segno evidente di una debolezza congenita e di un’ignoranza urticante).
L’incipit: “Gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono lieti di annunciare di aver concordato un accordo quadro sul commercio reciproco, equo ed equilibrato (“Accordo quadro”). Questo Accordo quadro rappresenta una dimostrazione concreta del nostro impegno per un commercio e investimenti equi, equilibrati e reciprocamente vantaggiosi”; commovente esempio di quella che il professor Burke chiama “ignoranza strategica”, efficace strumento a disposizione dei governi di ogni epoca per tenere la popolazione all’oscuro di determinate questioni o per ingannare e indebolire i propri nemici.
Leggiamo: la UE elimina i dazi su tutti i prodotti industriali statunitensi e garantisce un accesso preferenziale al mercato unionale per un’ampia gamma di prodotti ittici e agricoli statunitensi, tra cui frutta a guscio, latticini, frutta e verdura fresca e trasformata, alimenti trasformati, semi, olio di soia e carne di maiale e bisonte, astice trasformato; gli USA applicano un dazio del 15% ai prodotti di origine UE e dal 1° settembre, la tariffa MFN a risorse naturali non disponibili (incluso il sughero), tutti gli aeromobili e le relative parti, prodotti farmaceutici generici e i loro ingredienti e precursori chimici. La UE presenterà una proposta legislativa per introdurre nel proprio ordinamento l’eliminazione dei dazi sui prodotti industriali USA e solo se tale proposta incontrerà il favore di questi ultimi, il dazio del 15% verrà esteso anche ad automobili e parti di automobili. La UE acquisterà gas naturale liquefatto, petrolio e prodotti energetici nucleari statunitensi per 750 miliardi di dollari entro il 2028, oltre a chip di intelligenza artificiale statunitensi per almeno 40 miliardi di dollari; inoltre, le imprese UE investiranno negli USA 600 miliardi di dollari in settori strategici entro il 2028. La UE si impegna ad aumentare sostanzialmente gli acquisti di equipaggiamenti militari e di difesa dagli Stati Uniti, a modificare la propria normativa ambientale, CBAM ed EUDR per non colpire troppo duramente gli esportatori statunitensi.
Tutto il resto è noia, come cantava un moderno filosofo esistenzialista.
La Commissione UE, la proposta legislativa conforme alla voluntas degli amici americani, l’ha presentata il 28 agosto al Consiglio UE e al Parlamento UE: attendiamo trepidanti il giudizio dell’amministrazione Trump, per vedere ridotta al 15% l’imposizione sulle importazioni di autovetture e parti di origine UE.
Il pensiero critico è un pensiero razionale e riflessivo focalizzato a decidere cosa pensare o fare (Robert H. Ennis), che trae le necessarie informazioni dall’osservazione, dall’esperienza, dal ragionamento e dalla comunicazione; falsare, attraverso una rappresentazione veicolata e interessata della realtà, anche solo una di queste fonti significa pregiudicare il pensiero razionale e critico, significa gestire il potere: Trump docet.
Molti gli esempi possibili nella comunicazione istituzionale o nell’assenza di comunicazione istituzionale anche dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, nelle sue strutture centrali e nelle sue articolazioni locali.
La conoscenza, per definizione, non ammette ignoranza; il sapere non ammette ignoranza.
In una realtà in sclerotico movimento, la conoscenza è un’ancora nel mare del pressapochismo, la diffusione della conoscenza la dimostrazione dell’inconsistenza della vetusta equazione conservazione del sapere come potere.
Il libero mercato della ricchezza mal tollera la proprietà privata della conoscenza.
Il libero sapere arricchisce non solo chi apprende, ma anche chi lo trasmette.
Perchè se è vero come l’apprendere molte cose non insegni l’intelligenza (Eraclito), è altrettanto vero come un libero sapere, privo di muri e di confini e non ignorante, sia l’unico metro non per giudicare, ma per valutare la realtà.
E il libero sapere doganale è il nostro credo.

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